Guida al colletto della camicia

(di Gabriele Ferraresi)

BD Baggies: fine american basic shirts, un design americano, lavaggi morbidissimi, nuovi trattamenti. L’essenza della camicia Botton down americana rivive nelle collezioni BD Baggies. Ma la camicia non è ovviamente solo button down, ma presenta una varietà inaspettata di colli, che vogliamo raccontarvi in un piccolo vademecum.

Astuzie
Parliamo di colletto: più aumenta la stazza dell’uomo che deve vestire la camicia, più saggezza dice di aumentare la larghezza del colletto. Ma bisogna avere cura di non eccedere in questo senso e tenersi su una giusta via di mezzo, adottando soluzioni di buon senso. Un colletto scelto con cura può aiutare a mimetizzare dettagli che non volete siano troppo visibili. Avete un collo corto? Meglio un colletto con punte che stiano basse. Avete un collo particolarmente lungo? Un colletto più alto riequilibrerà la situazione. Qualunque sia la taglia del vostro collo, è sempre bene che il colletto emerga di circa 1,3 cm dalla giacca. Il colletto perfetto forma una V rovesciata.

Tipi di colletto
Button down
Classico dei classici. Introdotto negli States nel secolo scorso, nasce con l’intenzione di evitare lo svolazzamento delle punte del colletto. Da tenere morbido, è certamente tra i colletti più comodi e gestibili che un uomo possa desiderare.

 L’articolo con il resto dei colletti continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 40.

Steve McQueen e la velocita’

(tratto dal WP Mag, a firma di Gabriele Ferraresi)
[dropcap2]L[/dropcap2]’ultima intervista di Steve McQueen – uno che non ha mai amato domande e risposte in forma scritta e che ha sempre preferito parlare con la vita – risale al 1980. Sarebbe morto il 7 novembre di quell’anno. La rilascia a un teenager, Richard Kraus, sul set di The Hunter, trascurabile pellicola la cui sinossi è riassumibile in: vecchio cacciatore di taglie a sua volta braccato da killer. Richard con poco tatto chiede «Essere famoso ha rovinato la sua vita?». McQueen risponde «Certo. Ma i soldi mi fanno stare meglio». Altro scambio da tenere in conto è questo «Lei non rilascia mai interviste, come mai?». Risposta del cinquantenne McQueen: «Non ho niente da dire, e penso che la stampa sia piena di merda. Ma ho una discreta stima per i giovani e per questo ho accettato l’intervista per il tuo giornale». Kraus tornò al liceo con l’intervista della vita ed è difficile abbia pensato a una storia simile ma con un protagonista diverso: un altro che non aveva buoni rapporti con la stampa, il reuccio degli isolazionisti pre Pynchon e De Lillo, J.D. Salinger. Poco prima di svanire nel nulla Salinger rilasciò a Shirley Baney una delle sue ultime interviste. Shirley non era nessuno fuorché una studentessa della Windsor High School, l’anno era il 1953 e Salinger ospitava spesso gli amici di Shirley nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire; era scappato lì da New York. Non sapremo mai se Steve McQueen all’epoca avesse letto The catcher in the rye, ma non ha importanza.

McQueen nel 1953 aveva 23 anni e dopo un po’ di anni di “booze and robbery”, di bevute, gang e servizio militare stava cominciando a capire quello che gli piaceva davvero. Recitare e correre in moto. Passano dieci anni, dal 1953 al 1963 e comincia la mitologia su cellulosa, con due film, I magnifici sette – del 1960 – e La Grande Fuga – del 1963 – dove si gettano i semi della leggenda. Il king of cool che veste desert jacket, sonoran t-shirt, joshua chino e il G9 Baracuta è lì, all’orizzonte sta crescendo. Nel 1963 McQueen acquista una Ferrari 250 GT Berlinetta Lusso: la userà pressoché quotidianamente per una decina di anni, andando in fretta alla ricerca del tempo che stava scappando. Non l’avrebbe perso quel tempo, ma avrebbe passato la vita a correr dietro a quelle lancette che correvano sempre più veloci, anche se ti mettevi a inseguirle su una Porsche 917.

L’articolo continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 10.