Baracuta: Synonymous & Antonymous a Milano

L’atmosfera di Baracuta arriva per le strade di Milano con Synonymous & Antonymous, la campagna realizzata da Jocks & Nerds che gioca sui contrasti e racconta le storie di persone reali, talenti e sottoculture della scena britannica accomunati dal G9 Baracuta. Anche sui cartelloni di Milano, infatti, il G9 diventa il trait d’union tra diverse persone apparentemente lontane per età, stile di vita e formazione ma vicine al mondo di valori di Baracuta.

Baracuta Synonymous & Antonymous Campaign Launch

[dropcap2]I[/dropcap2]l 28 Febbraio a Londra, all’East Village di Shoreditch, Baracuta ha celebrato il lancio della nuova campagna Spring Summer realizzata in collaborazione con il magazine Jocks and Nerds. Guest dell’evento il leggendario Norman Jay MBE con DJset, gli Spitfire con esibizione live e ospiti d’eccezione come Tomas McGrath e Wayne Kirven.
La campagna pubblicitaria SS13 del brand “Synonymous & Antonymous”, sviluppata insieme al magazine Jocks & Nerds, gioca sui contrasti, sul senso di appartenenza e sul filo rosso che unisce diverse figure della cultura British, dai gentleman ai mod anni ’60. In una parola: Baracuta.

Video: Vimeo, (Youtube)
 

Baracuta SS13: Synonymous & Antonymous

Synonymous & Antonymous (long version).

[dropcap2]C[/dropcap2]on la primavera estate 2013 debutta finalmente sul mercato la collezione Baracuta, di cui si è parlato l’estate scorsa, la prima con WP Lavori in Corso.
Per accompagnare questo lancio, è stato realizzato un video che gioca su alcuni contrasti, sul senso di appartenenza oltre  le differenze e su un filo rosso, che unisce diverse figure della cultura British, dai gentleman ai mod anni ’60, da Norman Jay a Ian Bruce: l’iconico G9 Harrington.

Steve McQueen e la velocita’

(tratto dal WP Mag, a firma di Gabriele Ferraresi)
[dropcap2]L[/dropcap2]’ultima intervista di Steve McQueen – uno che non ha mai amato domande e risposte in forma scritta e che ha sempre preferito parlare con la vita – risale al 1980. Sarebbe morto il 7 novembre di quell’anno. La rilascia a un teenager, Richard Kraus, sul set di The Hunter, trascurabile pellicola la cui sinossi è riassumibile in: vecchio cacciatore di taglie a sua volta braccato da killer. Richard con poco tatto chiede «Essere famoso ha rovinato la sua vita?». McQueen risponde «Certo. Ma i soldi mi fanno stare meglio». Altro scambio da tenere in conto è questo «Lei non rilascia mai interviste, come mai?». Risposta del cinquantenne McQueen: «Non ho niente da dire, e penso che la stampa sia piena di merda. Ma ho una discreta stima per i giovani e per questo ho accettato l’intervista per il tuo giornale». Kraus tornò al liceo con l’intervista della vita ed è difficile abbia pensato a una storia simile ma con un protagonista diverso: un altro che non aveva buoni rapporti con la stampa, il reuccio degli isolazionisti pre Pynchon e De Lillo, J.D. Salinger. Poco prima di svanire nel nulla Salinger rilasciò a Shirley Baney una delle sue ultime interviste. Shirley non era nessuno fuorché una studentessa della Windsor High School, l’anno era il 1953 e Salinger ospitava spesso gli amici di Shirley nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire; era scappato lì da New York. Non sapremo mai se Steve McQueen all’epoca avesse letto The catcher in the rye, ma non ha importanza.

McQueen nel 1953 aveva 23 anni e dopo un po’ di anni di “booze and robbery”, di bevute, gang e servizio militare stava cominciando a capire quello che gli piaceva davvero. Recitare e correre in moto. Passano dieci anni, dal 1953 al 1963 e comincia la mitologia su cellulosa, con due film, I magnifici sette – del 1960 – e La Grande Fuga – del 1963 – dove si gettano i semi della leggenda. Il king of cool che veste desert jacket, sonoran t-shirt, joshua chino e il G9 Baracuta è lì, all’orizzonte sta crescendo. Nel 1963 McQueen acquista una Ferrari 250 GT Berlinetta Lusso: la userà pressoché quotidianamente per una decina di anni, andando in fretta alla ricerca del tempo che stava scappando. Non l’avrebbe perso quel tempo, ma avrebbe passato la vita a correr dietro a quelle lancette che correvano sempre più veloci, anche se ti mettevi a inseguirle su una Porsche 917.

L’articolo continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 10.