Guida al colletto della camicia

(di Gabriele Ferraresi)

BD Baggies: fine american basic shirts, un design americano, lavaggi morbidissimi, nuovi trattamenti. L’essenza della camicia Botton down americana rivive nelle collezioni BD Baggies. Ma la camicia non è ovviamente solo button down, ma presenta una varietà inaspettata di colli, che vogliamo raccontarvi in un piccolo vademecum.

Astuzie
Parliamo di colletto: più aumenta la stazza dell’uomo che deve vestire la camicia, più saggezza dice di aumentare la larghezza del colletto. Ma bisogna avere cura di non eccedere in questo senso e tenersi su una giusta via di mezzo, adottando soluzioni di buon senso. Un colletto scelto con cura può aiutare a mimetizzare dettagli che non volete siano troppo visibili. Avete un collo corto? Meglio un colletto con punte che stiano basse. Avete un collo particolarmente lungo? Un colletto più alto riequilibrerà la situazione. Qualunque sia la taglia del vostro collo, è sempre bene che il colletto emerga di circa 1,3 cm dalla giacca. Il colletto perfetto forma una V rovesciata.

Tipi di colletto
Button down
Classico dei classici. Introdotto negli States nel secolo scorso, nasce con l’intenzione di evitare lo svolazzamento delle punte del colletto. Da tenere morbido, è certamente tra i colletti più comodi e gestibili che un uomo possa desiderare.

 L’articolo con il resto dei colletti continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 40.

Un nuovo Woolrich Store a Maastricht

[dropcap2]W[/dropcap2]oolrich John Rich & Bros arriva con il suo primo flagship store olandese a Maastricht, in Maastrichter Smedenstraat 19, in uno degli angoli più suggestivi dello Stokstraatkwartier.

Come ogni nuovo Woolrich Store,  il nuovo concept, basato sui Woolrich Goods, avrà al suo interno tutte le collezioni – uomo, donna e bimbo – e prende ispirazione dal patrimonio della marca con alcuni elementi originali degli Woolen Mills della terra d’origine in Pennsylvania.

L’obiettivo è quello di accompagnare il fruitore all’interno del negozio attraverso una forma di narrazione: le lane, gli attrezzi, i componenti della tessitura diventano parte dello scenario espositivo e del racconto.

Con l’apertura del primo negozio in Olanda, Woolrich consolida la sua posizione di successo sul mercato olandese, insieme con l’angolo di Oger ad Amsterdam, e continua la sua strategia di internazionalizzazione che ha visto nel 2012 nuovi store a Londra, Cortina, Forte dei Marmi e presto Monaco di Baviera, Gotenborg, Lille e Seul.

 

Dettagli basici e cura giapponese: l’universo di Beams+

[dropcap2]B[/dropcap2]eams +, intervista a Shinsuke “Alex” Nakada, director e chief buyer (a cura di Zeno Tomiolo)

Ciao Alex, puoi introdurci Beam Plus al nostro pubblico?

L’obiettivo di Beams Plus è quello di proporre “updated men’s basic wear” che si adatti bene al modo di vivere odierno. 

Ci concentriamo sul vecchio abbigliamento americano, in particolare quello tra la fine della seconda guerra mondiale e la guerra del Vietnam (1945-1965). In questi 20 anni, gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria crescita economica e la vita delle persone è migliorata significativamente. E‘ stato un periodo in cui, tramite la  produzione di massa, si sono imposte 4 macrocategorie di vestiti dal diverso uso e stile: l’American traditional per i colletti bianchi, il work wear per gli operai, lo sportswear per gli atleti e l’abbigliamento militare per i soldati. Queste uniformi hanno una bellezza funzionale e un background che dà significato ad ogni dettaglio. 

Noi crediamo fortemente che queste tipologie di vestiti siano assolutamente le basi dell’abbigliamento maschile. Non è possibile sistemare il design e gli stili senza capire queste basi. Questo è il motivo per cui prima di tutto cerchiamo sempre dettagli basici funzionali e una storia dietro i capi, e poi consigliamo un capo basico aggiornato aggiungendo tendenze attraverso un’interpretazione originale. 

Perché Beams Plus nasce in Giappone e non da qualche altra parte?

Una forte aspirazione per l’America e lo spirito di ricerca e perspicacia giapponese hanno costruito Beams Plus, che esplora a fondo l’abbigliamento casual americano. 

Nel momento in cui Beam Plus fa la sua apparizione nel 1998, la street fashion era omologata in tutte le città di tendenza del mondo. In una situazione simile, Beam Plus ha cominciato a suggerire un ritorno all’abbigliamento basico. Credo che sia anche una caratteristica giapponese e di Beam Plus agire con queste forme di antitesi. 

 L’articolo con l’intervista esclusiva continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 62.

Amapola, Formentera

(tratto dal WP Mag, a firma di Roberta Pezzi)

[dropcap2]I[/dropcap2]ncontriamo Elena, la creatrice del marchio Amapola Formentera, un giorno di febbraio in una Bologna straordinariamente immersa nella neve. Da subito sentiamo il calore, la passione e la tranquillità che Elena porta dentro al WP Store di Bologna.

Ci racconta con molta semplicità della scelta di vivere a Formentera con il marito molto anni fa e del desiderio spontaneo di creatività, di cominciare a creare dei piccoli oggetti scegliendone con cura le forme e i materiali. Ci stupisce molto la semplicità del processo, il gusto per i colori e la piacevolezza dei materiali.

All’inizio una piccola collezione di borse, un primo modo per esercitare la creatività ed affinare il gusto per i colori, le forme ed i materiali. Poi una collezione di abiti perfetti al mare, quanto freschi e leggeri in città. Facciamo indossare i vestiti alle ragazze del nostro negozio e scopriamo una collezione femminile e raffinata.

Elena ci racconta atmosfere dilatate, rarefatte, dai colori intensi. Di un luogo di grande pace dove la sua creatività trova la strada per emergere, pur nella difficoltà di reperire i materiali. Ci racconta infatti come qualsiasi cosa sia complicata su una piccola isola, dalla ricerca di un bottone al trovare la giusta manodopera. E forse è proprio per questo che arriva l’estremo amore per ogni abito, meticolosamente curato e definito nei minimi dettagli.

Dobbiamo quasi insistere invece per farci raccontare della sua isola, della “solitaria” Formentera nei periodi in cui non ci sono i turisti a riempire le spiagge. Ci parla della Mola, il punto più alto, il più solitario, il suo preferito, ma è un segreto e non lo vuole svelare proprio a tutti.

L’articolo con l’intervista esclusiva continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 56. 

Deus ex Machina e Woolrich John Rich & Bros.

[dropcap2]T[/dropcap2]ramite alcune collaborazioni, Woolrich John Rich & Bros. ha sempre dato spazio a quelle realtà che coniugano passione e artigianalità.

Una delle prossime già annunciate è con Deus ex Machina, marchio nato nel 2006 specializzato nella creazione di magnifiche motociclette, biciclette a scatto fisso e tavole da surf, mondi all’apparenza molto lontani ma accomunati da una grandissima abilita’ costruttiva e, appunto, passione che danno vita a laboratori a metà tra botteghe e gallerie d’arte, chiamati dagli stessi ideatori del marchio “Templi dell’entusiasmo”; shop con annessa officina e cafè già aperti a Sydney, Bali e Los Angeles e che a breve vedremo sbarcare anche in Italia a Milano.

Le tre passioni ispiratrici del marchio danno vita ad una linea di abbigliamento ed accessori che si sta facendo conoscere in tutto il mondo per le bellissime grafiche ispirate appunto a motociclette, biciclette e surf.

Nell’ambito di questi temi si inserisce la collaborazione per la SS13 tra il marchio australiano e Woolrich John Rich & Bros.: verrà creata, infatti, una limited edition, una mini collezione di t-shirt disegnate dal marchio australiano Deus per Woolrich.

 

 

Barbourata 2012

(tratto dal WP Mag, a firma di Filippo Bassoli)
[dropcap2]L[/dropcap2]a Barbourata, come recita l’invito, è un’aggregazione enduristica “con brividino cronometrico e tanto stile”. Una sorta di gara-non gara, un divertimento senza stress, che il direttore della rivista Riders, Roberto Ungaro, ha organizzato sulle bellissime colline di Salice Terme per gli amanti del tassello epocale, con un’unica regola imprescindibile: moto d’epoca e abbigliamento in stile, che vuol dire stivali in pelle, pantaloni sobri e giacca cerata Barbour; quella di quest’anno è stata la seconda edizione e il successo ottenuto parla chiaro, diventerà un appuntamento fisso.

Una vera e propria aggregazione di stile per tutti gli appassionati di regolarità, la disciplina molto in voga negli anni ’70 e che dal 1981 si chiama enduro. Il cambio di nome è avvenuto quando la Federazione Motociclistica Internazionale decise di ridurre le tante classi apportando parecchie modifiche al regolamento.
Purtroppo gli anni ’80 portarono anche molta (troppa) plastica che andò a sostituirsi al metallo, colori sgargianti, l’evoluzione tecnica introdusse l’elettronica e anche ”il profumo” degli scarichi cambiò definitivamente, ma gli amanti della regolarità e dello stile sono ancora moltissimi.

Una famiglia, quella degli amanti del tassello, che non ama poltrire sul divano alla domenica, qualunque sia il tempo si svegliano all’alba e caricano le moto sul carrello per raggiungere colline e boschi, scenario del loro divertimento, così come il fango e le fettuccia, che viene usata per delineare un percorso, amici che poi “regolarmente” finiscono in trattoria a commentare la giornata con un bicchiere di vino in mano.

L’articolo continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 30. 

Il fascino della Luminaria Essay e Flavio Favelli

[dropcap2]U[/dropcap2]no degli elementi più caratteristici del Salento sono le luminarie che fanno mostra di sé durante le feste patronali pugliesi. Nelle mani di Flavio Favelli diventano una materia prima aperta a molteplici manipolazioni e trasformazioni, che non solo attivano la struttura formale di questi oggetti, ma ne trasformano completamente il significato.

Come già raccontato nel WP Mag, WP Lavori ha una vera e propria passione per il Salento e questo genere di operazioni che giocano sulla trasformazione dell’oggetto caratterizzato da una precisa funzione originaria. Per questi motivi ha così deciso di sponsorizzare, insieme ad altri soggetti come Locanda Fiore di Zagara, Luminaria Essay,  la mostra personale di Flavio Fanelli.

L’artista, nato a Firenze nel 1967, ha la propria cifra stilistica nella rielaborazione di materiali di scarto, sottolineando lʼimportanza della comprensione del passato per arrivare ad una adeguata lettura del presente e alla possibilità dʼimmaginare in maniera creativa il futuro: ho sempre concentrato il mio lavoro su oggetti e materiali pre-esistenti che ricostruisco e ridefinisco in forme nuove, dal vetro di Murano, alle cancellate alle ringhiere di ferro battuto, dai pavimenti in graniglia fino a mobili e arredi trovati nei mercatini dellʼusato. 

Con il progetto delle luminarie, dismesse da varie ditte del Salento e concentrandosi sulla loro struttura in legno dipinta di bianco e i disegni delle lampadine, Fanelli costruisce un immaginario dotato di forte caratteredimostra una spiccata capacità di estrapolare dal vissuto personale e dalla storia collettiva sollecitazioni in grado di innescare un processo di riflessione sul ruolo sociale dellʼartista contemporaneo.

Sarà possibile visitare la mostra fino al 27 agosto 2012 negli spazi di Palazzo Risolo, l’ex Convento dei Frati Francescani Neri, che si trova in via Nicola Santoro a Specchia, Lecce.

Gli orari di visita sono dalle 18 alle 21, da martedì a domenica, chiuso il lunedì e il 15 agosto.

 

Steve McQueen e la velocita’

(tratto dal WP Mag, a firma di Gabriele Ferraresi)
[dropcap2]L[/dropcap2]’ultima intervista di Steve McQueen – uno che non ha mai amato domande e risposte in forma scritta e che ha sempre preferito parlare con la vita – risale al 1980. Sarebbe morto il 7 novembre di quell’anno. La rilascia a un teenager, Richard Kraus, sul set di The Hunter, trascurabile pellicola la cui sinossi è riassumibile in: vecchio cacciatore di taglie a sua volta braccato da killer. Richard con poco tatto chiede «Essere famoso ha rovinato la sua vita?». McQueen risponde «Certo. Ma i soldi mi fanno stare meglio». Altro scambio da tenere in conto è questo «Lei non rilascia mai interviste, come mai?». Risposta del cinquantenne McQueen: «Non ho niente da dire, e penso che la stampa sia piena di merda. Ma ho una discreta stima per i giovani e per questo ho accettato l’intervista per il tuo giornale». Kraus tornò al liceo con l’intervista della vita ed è difficile abbia pensato a una storia simile ma con un protagonista diverso: un altro che non aveva buoni rapporti con la stampa, il reuccio degli isolazionisti pre Pynchon e De Lillo, J.D. Salinger. Poco prima di svanire nel nulla Salinger rilasciò a Shirley Baney una delle sue ultime interviste. Shirley non era nessuno fuorché una studentessa della Windsor High School, l’anno era il 1953 e Salinger ospitava spesso gli amici di Shirley nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire; era scappato lì da New York. Non sapremo mai se Steve McQueen all’epoca avesse letto The catcher in the rye, ma non ha importanza.

McQueen nel 1953 aveva 23 anni e dopo un po’ di anni di “booze and robbery”, di bevute, gang e servizio militare stava cominciando a capire quello che gli piaceva davvero. Recitare e correre in moto. Passano dieci anni, dal 1953 al 1963 e comincia la mitologia su cellulosa, con due film, I magnifici sette – del 1960 – e La Grande Fuga – del 1963 – dove si gettano i semi della leggenda. Il king of cool che veste desert jacket, sonoran t-shirt, joshua chino e il G9 Baracuta è lì, all’orizzonte sta crescendo. Nel 1963 McQueen acquista una Ferrari 250 GT Berlinetta Lusso: la userà pressoché quotidianamente per una decina di anni, andando in fretta alla ricerca del tempo che stava scappando. Non l’avrebbe perso quel tempo, ma avrebbe passato la vita a correr dietro a quelle lancette che correvano sempre più veloci, anche se ti mettevi a inseguirle su una Porsche 917.

L’articolo continua su WP Mag, in italiano e in inglese, pag. 10. 

Smart Turnout: tra tradizione e innovazione

[dropcap2]G[/dropcap2]usto per il classico e voglia di sperimentazione sono gli ingredienti che rendono Smart Turnout uno dei prodotti di ricerca più interessanti all’interno dei WP Store.

Il mondo che è riuscito a creare il fondatore, Philip Turner, richiama gli stessi valori che WP ha nel DNA da generazioni: passione per il dettaglio, eleganza senza esibizioni, stile casual e colore.
Tra i prodotti di questo marchio, uno ci è entrato particolarmente nel cuore: i cinturini in tela colorati, divertenti e sempre eleganti. Un accessorio immancabile che è riconfermato anche per la prossima stagione.